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Il territorio di Villafrati a differenza dei territori dei paesi vicini quali Godrano ,Mezzojuso, Marineo che presentano ancora oggi vaste zone boschive, è povero di vegetazione arborea anche se tutta una serie di toponimi segnalano che in passato fino al medioevo, nelle zone vi era la presenza di boschi; una contrada denominata."Suvarita" vicino Godrano, un'altra denominata "Suvareddi" vicino Villafrati ai piedi del monte Chiarastella, fanno esplicito riferimento al "su varo" cioè al quercus ( la quercia del sughero) ; le due località oggi scarseggiano di vegetazione arborea presentandosi spoglie e brulle.

L'unica presenza di verde nel territorio villafratese è data dall'esistenza di un piccolo boschetto ( poche decine di ettari ) in contrada "Giardinello" costituito per lo più da quercie ( quercus peduncolata ). Il boschetto è attraversato da una strada, recentemente asfaltata, che porta sia in contrada "Giardinello" (sotto il Baglio) dove esistono due rari esemplari di "pino domestico"secolari che superano l'altezza di 20 metri , che in contrada "Favarotta" dove esiste una sorgente d'acqua amara, che sgorga sotto la roccia. La sorgente alimenta un torrente lungo il quale cresce un fitta vegetazione conferendo alla zona una particolare bellezza.

Lungo il torrente nei primi dell'800 sono sorti due mulini ad acqua, per munificenza del conte San Marco, uno vicino alla sorgente e l'altro più in basso denominati rispettivamente " mulinu di susu" e " mulino di jusu". Nei pressi del mulino di jusu esiste ancora la " cascia" in ferro battuto, riportante una targa con la scritta "C.S.M. 1879" . Avente funzione di deviare e incanalare l'acqua del torrente favarotta nel " cunnuttu" in pietra secca ( alcuni tratti ancora esistenti).

L'acqua attraverso questo "cunnuttu"arrivava alla "vurga" che era un piccolo bacino contenitore della massa d'acqua ; questa veniva poi immessa nella "saia", la quale mediante un rudimentale congegno, veniva aperta ( si diceva perciò: "tirati 'a vurgata") e l'acqua passava nella botte, in fondo alla quale era praticato un buco rettangolare, approssimativamente di cm. 6x15, detto "cannedda".Di qua l'acqua usciva con pressione urtando contro le pale di una ruota di legno posta al di sotto orizzontalmente ( rotore delle turbine ) e ne determinava la rotazione che, mediante un asse verticale, veniva trasmessa alla macina superiore del mulino, chiamata "corridore", essendo quella inferiore fissa detta "frascino" ( le mole di pietra per molino venivano fatte di " pietra di Bellacera", territorio do Palermo).

I due mulini ancora esistenti testimoniano l'ingegno della civiltà contadina che sfruttava il "principio di di Torricelli" empiricamente senza conoscerlo.

Essi per tanto tempo furono centri di vita, di attività , di movimento ed oggi versano in condizioni di totale abbandono e degrado.

Bibliografia:

Testimonianze raccolte tra i "mulinari" ancora in vita.

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