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Il caso di Villafrati (di Pippo Oddo) Stmpa la pagina Stampa la pagina

LA MOBILITA ' SOCIALE IN UN CENTRO DI NUOVA FONDAZIONE
il CASO di VILLAFRATI

di Giuseppe Oddo


Un luogo comune vuole la Sicilia feudale come socialmente bloccata. Ma, come ci insegna il grande sociologo russo-americano Pitirim Aleksandrovic Sorokin, "non c'è mai stata alcuna società i cui strati fossero socialmente chiusi o in cui la mobilità nella sue tre forme - economica, politica e professionale - non sia stata presente".
A questa regola non sfuggono certo i centri di nuova fondazione sorti nell'area posta ad occidente del Monte Cane e ad oriente della Rocca Busambra. Anzi, proprio in quest'amena piaga di Sicilia è forse più facile che altrove ricostruire i meccanismi e la qualità dei processi di mobilità sociale dell'epoca della colonizzazione interna. A tal proposito può essere illuminante il caso di Villafrati, la cui genesi è da ricercare nel vistoso ricambio verificatosi ai vertici dell'aristocrazia siciliana nel corso del Cinquecento. Tutto cominciò nel 1525, quando il patrimonio degli Abbatellis, già confiscato dalla Regia Corte, venne messo in vendita e la baroni di Cefalà passò nelle mani del tesoriere del regno Francesco Bologna che ottenne anche la "facultati et potestati aedificandi terram in fego delli Menduli et masseria nominata de Villafradres". Ecco un chiaro esempio di mobilità discendente (per gli Abbatellis) e insieme ascendente (per Francesco Bologna), che è anche esempio di malcostume: il tesoriere del regno entra in possesso di un pezzo del patrimonio regio, sia pure a titolo oneroso. Rimane da capire come abbia fatto l'altro burocrate ad accumulare tanta ricchezza Ma, si sa, rubari a lu re piccatu nun è.


La storia si ripete sessanta anni dopo. Dopo essere ascesi alle più alte sfere dell'aristocrazia siciliana, anche attraverso un'oculata strategia matrimoniale, i Bologna si ritrovano indebitati fin sopra i capelli, sicchè con "bando e comanda- mento" dell'8 agosto 1595, 8° indizione, il vicerè di Sicilia, conte d'Olivares, mise in vendita i seguenti beni di Vincenzo Bologna, marchese di Marineo: la baronia di Montefranco, il feudo e la baronia di Mendoli e la Masseria diVillafrati, il feudo di Mulinazzo, il feudo Torretta e il feudo Falconeri.
L'asta si svolge nei locali del Palazzo Steri di Palermo il I 5 giugno I 596 alla presenza di "una illustre deputazione costituita dal Presidente Rao e l'avvocato fiscale Maraschino". Fra coloro che vi parteciparono, depositando congrue offerte, vi fu l'avvocato don Vincenzo Spuches, giudice di Gran Corte e barone di Amorosa che si aggiudicò "la baronia e fego delle Mendoli [...] e la masseria nominata deVillafradres". L'acquisto fu perfezionato il 12 ottobre 1596, con atto del notaio Arcangelo Castania di Palermo. Nel 1599 lo stesso barone potè allargare i propri possedimenti comprando anche il feudo di Mulinazzo, anch'esso già di pertinenza del marchesato di Marineo. Il 7 agosto 1600, don Vincenzo ottenne anche l'investitura regia del feudo di Mendoli con l'esplicita facoltà di fabbricare e popolare "come aveva avuto Francesco Bologna nel 1525" , nonché il "merum et mixtum imperium", ossia il diritto di esercitare la giurisdizione civile e criminale sui vassalli che sarebbe riuscito a congregare.


Forte di queste credenziali, don Vincenzo non perse tempo a supplicare la Deputazione del Regno di concedergli la licenza di costruire un centro abitato dove intendeva trasferire la propria residenza. E giacchè la sua richiesta era in sintonia con la campagna di colonizzazione interna lanciata dalla corona per incrementare la cerealicoltura, ricevette in risposta un dispaccio patrimoniale del aprile 1602 che l'autorizzava a costituire un villaggio che si sarebbe dovuto chiamare Chiarastella. La licenza populandi era però subordinata alla conferma regia entro due anni, per cui il barone fece ricorso al sovrano il quale, con dispaccio patrimoniale del 24 ottobre, rimise l'istanza al Tribunale del Real Patrimonio, che si pronunciò favorevolmente il 7 novembre. Con ulteriore privilegio del I° settembre 1604, Re Filippo III confermò il dispaccio del 1602 a condizione che lo Spuches e i suoi successori apprestassero il maggior servizio militare derivante dall'accresciuto vassallaggio.
Dal punto di vista formale non c'erano più ostacoli alla fondazione della nuova terra, che fra l'altro traeva la propria legittimazione dall'abbondanza d'acqua presente nel territorio e da altri due motivi espressamente richiamati dalla licentki populandi: I) sviluppare la cerealicoltura in un'area vocata, ma insufficientemente sfruttata per mancanza di coloni; 2) rendere più sicuro l'attraversamento dei due "mali passus nominati la Scaletta et Portella di Brasi" infestati da bande di malfattori'. Per comprendere quanto fosse utile la sicurezza di questi due famigerati passi basti ricordare che erano passaggio obbligato per quanti dalla Capitale volessero raggiungere le principali città e terre del regno e soprattutto per le redini di muli che trasportavano grano dalle baronie cerealicole dell'interno al caricatore attrezzato per l'esportazione".


La fondazione di Chiarastella doveva sembrare vantaggiosa agli occhi dello Spuches anche per altre considerazioni: a) sarebbero aumentati i suoi introiti non solo per l'incremento della produzione, ma anche per l'accrescimento del gettito dei dazi; b) avrebbe avuto modo di distinguersi sulla pletora dei baroni senza vassallaggio; c) si sarebbe guadagnato un seggio in parlamento, se e quando il villaggio avesse raggiunto un minimo di 80 vassalli. E sarebbe stata una grossa opportunità anche per i coloni che avrebbero potuto risiedere vicino al feudo e al riparo di una casetta bene o male in muratura; senza considerare che i destinatari delle campagne di colonizzazione erano "trasfughi spesso dei comuni vicini, perseguitati e oppressi, o gente che comunque si cercava di attirare da ogni parte" mediante l'offerta di "un porto di salvezza e qualche altra volta addirittura la possibilità di rifarsi una vita". C'erano, insomma, tutte le condizioni per la nascita di Chiarastella. Eppure non fu fondata, forse anche per mancanza dei denari necessari a costruire una decorosa dimora baronale e un minimo di abitazioni per i nuovi coloni, e a finanziare un castellano, un segretario, un capitano di giustizia, un giudice, il corpo giuratorio e altri eventuali ufficiali che don Vincenzo avrebbe potuto costituire, ordinare e rimuovere, ove l'avesse ritenuto opportuno: facoltà, questa, che la Licentia populandi gli riconosceva espressamente assieme alla titolarità di imporre, percepire e mantenere tutti i diritti di gabella, imposta e ranteria'. Ma forse un motivo d'altra natura consigliava prudenza al barone: don Vincenzo non aveva figli maschi, perciò il suo patrimonio era destinato a passare in eredità alla famiglia della figlia Francesca, sposa di don Pietro Filangeri, che un seggio al parlamento siciliano già l'aveva, in quanto conte di San Marco. D'altra parte, la baronia di Mendoli e la masseria di Villafrati non erano poi quel deserto che oggi possiamo immaginare. Pur all'interno di una piaga caratterizzata prevalentemente dalla boscaglia e dal pascolo naturale, l'area destinata ad ospitare il nuovo abitato era circondata da terreni utilizzati più razionalmente di altri feudi del Vai di Mazara, non foss'altro perchè erano attraversati dalla regia trazzera per Palermo' e vi abbondava l'acqua. Nel feudo Mendoli c'erano marcati, mulini ad acqua, gabelloti e armenti che vi risiedevano stagionalmente; la masseria era centro di direzione e coordinamento di "coloni, casi stancj et fundachi, vigni, giardini, arbori silvestri et domestici" e ospitava magazzini con "botti, stipi, stringituri, tini et tutti altri stigli' necessari alla conduzione del vigneto e del resto dell'azienda. Che motivo aveva Don Vincenzo di svenarsi per fondare Chiarastella? Morto il barone, gli successe il nipote (figlio di Francesca) Vincenzo Filangeri e Spuches che si investì il 13 luglio 1607, come suo erede universale. Dopo essersi reinvestito una seconda volta il 14 luglio 1622 per il passaggio della Corona di Sicilia a Filippo IV, si congedò anche lui dal mondo. Gli successe il figlio Vincenzo Giuseppe Filangeri Lanza che il 31 ottobre 1624 ottenne l'investitura della baronia e diciannove anni dopo ebbe concesso anche il titolo di Principe di Mirto". Questa circostanza lascia chiaramente intuire che parte del reddito ricavato dal feudo di Mendoli e dalla masseria di Villafrati era investito dai Filangeri nella baronia di Mirto, nel Messinese. Da altri fonti sappiamo che fin dall'inizio del '600 la nobil famiglia destinò ingenti risorse all'acquisto e all'ampliamento della stupenda residenza palermitana (l'attuale Palazzo Mirto oramai acquisito al patrimonio regionale), messa a disposizione della figlia Francesca da don Vincenzo Spuches, che lo deteneva a titolo di concessionario enfiteutico'.


Se qualche onza fu reinvestita in loco, riguardava solo il potenziamento della masseria fortificata che già all'epoca cominciò forse ad essere conosciuta come Baglio di Villafrati. Bisognava però aspettare l'inizio del '700 perchè vi sorgesse la villa baronale, forse sui ruderi di un vecchio castello, e si cominciasse a costruire il primo nucleo di Villafrati, "un casale senza licenza costruito" rinfaccerà al conte di San Marco il duca Nicolò Diana', un villaggio abusivo, insomma. A questo inedito fervore edificatorio non dovette essere estranea l'istituzione, nel 1714, del rilievo postale in un fondaco di Villafrati, o meglio, la stazione del "cammino del corriere che si spedisce ogni martedì la notte da questa città di Palermo per quella di Noto, all'ufficiali de' quali li devono rimettere o sovraccartare dalli tribunali e ministeri li dispacci e lettere del real servizio alle città e terre convicine".
Comunque sia, i riveli fatti eseguire da Vittorio Amedeo di Savoia, divenuto re di Sicilia con il trattato di Utrecht, attestano che nel I 714 a Villafrati risiedeva no 15 fuochi e 47 anime'. Ma forse queste cifre sono sottostimate perchè il bando annesso ai riveli eseguiti alla presenza di Don Silvio Chiaramonte, commissario generale della 3° sargenzia di Termini, invitava a non prendere in considerazione le posizioni degli ecclesiastici e degli artigiani. Ora, dall'archivio parrocchiale sappiamo che a quell'epoca aVillafrati c'era un prete. E non è da escludere che ci fossero anche artigiani. Uno poteva essere Andrea D'Orlando che presentò il rilevo ma solo per dichiarare il possesso di due tumoli di "terra scapula", per la quale percepiva annualmente onze1 e tarì 12 per ragioni di terraggio ed erbaggio e pagava la stessa cifra per il censo dovuto al conte di San Marco. Nulla di strano che ci fossero altri artigiani, per esempio murifabbri non censuari, ma percettori di reddito da lavoro autonomo e perciò esentati dall'obbligo di presentare il rivelo.


NeI 1755 la popolazione era articolata in 171 fuochi e 637 anime, delle quali 328 (51,49%) di sesso maschile e 309 di sesso femminile. Degli uomini, 159 (48,47%) avevano un'età compresa fra 15 e 50 anni, delle donne, 18 erano vedove e capofamiglia 20. L'incremento demografico rispetto al 1714 era stato del 1533,31%. Non era quindi fisiologico, derivava dalla campagna di colonizzazione lanciata dal principe Vincenzo Filangeri Cottone, ritenuto perciò il fondatore di Viilafrati.
Come in tutti i fenomeni d'immigrazione, alcuni dei nuovi arrivati erano parenti dei pionieri, provenienti da Baucina o da Mezzojuso; ma molti altri venivano da Ciminna, da Marineo, persino da città e terre lontane, come Caltagirone, nel Vai di Noto, Mistretta, nel VaI Demone, e Cattolica, nella parte agrigentina del VaI di Mazara. La fetta più consistente e strutturata era però, senza dubbio, quella degli oriundi di Ciminna, di cui qualcuno scappato in fretta e furia per sottrarsi ai creditori o allacci della giustizia e molti altri che speravano di far fortuna, vuoi lavorando la terra, vuoi sfruttando sperimentate qualità di arrampicamento sociale. Da quest'antica città continuarono ad affluire intere famiglie di marpioni di tre cotte ancora per due o tre decenni, se non addirittura fino al 1798, quando Villafrati raggiunse 1486 abitanti. Dopo, i flussi migratori in entrata e in uscita cominciarono ad equivalersi: l'incremento demografico divenne fisiologico.


Alla fine del Settecento la comunità villafratese aveva già una ben definita identità. Ma era la stessa del 1755? Certo già allora Villafrati presentava uno spaccato sociale relativamente articolato: oltre alla massiccia presenza contadina, composta da circa 120 addetti fra i 18 e i 50 anni, c'erano 13 mastri, di cui 7 capi di casa, tre persone indicate col prefisso don (Vincenzo Brancato, Francesco Gullo e Paolo Costa), 5 preti, 5 serve, 1 garzone (Francesco La Barbera di 22 anni). L'intero patrimonio dei vassalli consisteva, al netto delle gravezze, in 2890 onze e 5 tarì: una miseria, insomma, che, se distribuita paritariamente fra tutti i membri della comunità, non andava oltre 4 onze, 15 tari e 7 grana pro-capite.Anche se eloquenti, questi dati dicono solo una parte della verità: se rapportati a quelli dei riveli del 1714 mostrano un sostanziale peggioramento delle condizioni economiche della comunità, non solo perchè allora il patrimonio pro - capite era di 5 onze e poco più di 1 tarì, ma anche perchè nel frattempo la moneta siciliana era stata svalutata due volte. Inoltre, l'assetto sociale era divenuto più squilibrato. Nel 1714 la famiglia meno povera era quella di Natale d'Oddo (con moglie e due figli minori a carico): possedeva 58 onze e 28 tarì. Nel 1755 il sacerdote Giovan Battista Brancato, senza nessuno a carico, aveva un patrimonio netto di 375 onze e 11 tarì. Come ecclesiastico godeva, però, di una esenzione di ben 240 onze, per cui denunziava solo 135 onze e 11 tarì. I contadini erano invece costretti a denunziare persino la "mula zoppa" del valore di 3 onze. Erano pure soggetti alla presentazione del rivelo i numerosi nullatenenti, comprese le vedove Vita La Susa e Rosalia Terrano, entrambe con due figlie a carico. Ma tutto a Villafrati raccontava grandi squilibri sociali, a cominciare dall'assetto urbanistico, con il palazzo baronale al centro del Baglio, posto in posizione dominante sull'abitato. L'aspetto circolare delle robuste mura di cinta evocava l'immagine di una fortezza inespugnabile e nello stesso tempo di un'oasi di prosperità in mezzo alla miseria. La stessa rusticità del blocco stereometrico del palazzo suggeriva l'idea di un potere solido. L'ampia terrazza, quasi naturale palcoscenico del villaggio, si proietta tuttora nella rettilinea via maestra che costituisce una sorta di spina dorsale dell'abitato. Un robusto portone di ferro, sormontato da artistiche decorazioni in ferro battuto raffiguranti due foglie di alloro che sostengono una corona dentro cui campeggia la scritta C 5 M (Conte di San Marco), si apriva e chiudeva come sipario al vassallaggio, le cui case erano dislocate in un tessuto viario a scacchiera con notevoli dislivelli utilizzati come emblema di un sistema di relazioni gerarchicamente preordinato.
Le abitazioni delle famiglie più agiate sorsero lungo il corso, quasi attaccate al Baglio. Su tutte spiccava quella di padre Giovan Battista Brancato, di 11 stanze di cui 5 terrane (a pianterreno) e 6 solerate (a più piani) e una stanza "discoperta dalla parte di dietro". Ma era troppo grande per l'agiato sacerdote che viveva solo, sicché preferiva abitare in un'altra casa di 4 stanze di cui era proprietario che, fra l'altro, era attaccata "in cantoniera" con quella di suo padre, anch'essa di 4 vani. L'abitazione di suo fratello don Vincenzo aveva due stanze a pianterreno, due al primo piano e uno stanzino al secondo piano.
Altri proprietari di case erano Antonio Di Modica e suo figlio Nunzio, ciascuno dei quali disponeva di due vani nel quartiere Isola di Menzo, vicino alla Chiesa del Casale. Mastro Ignazio Granatello aveva una casa di 7 stanze che in parte affittava ad altri. Giovanni Catalano possedeva invece tre case monocellulari, di cui una data "a luveri" dietro la corresponsione di 18 tarì all'anno. Oltre a questi pochi fortunati, nel I 755 soltanto un'altra decina di persone aveva la casa di proprietà, un monovano naturalmente, e non sempre a Villafrati, ma nel paese d'origine. Tutti gli altri pagavano il luveri al conte di San Marco per abitare in un catoio assieme all'asino e alle galline.


Le case del Conte, costruite per affittarle ai vassalli, nel 1760 erano 162, di cui 105 nel quartiere Casale di Sopra, 27 al Casale di Sotto, 13 nel Baglio del Castello e 27 sparse. Ma già il 24 gennaio dell'anno dopo esse erano divenute 203 di cui 28 a due piani, 4 a tre piani, e il resto terrane. Il gettito complessivo dei luveri era di 190 onze e di 4 tarì, mediamente 28 tarì e 4 grana per abitazione 30. In quegli stessi anni, le case terrane con due stanze, anche per ragioni ereditarie venivano generalmente divise in due3, per cui si cominciò a parlare di "mezza casa" come abitazione tipica del contadino che, caso mai, poteva essere sopraelevata per aggiungervi la "camera". E mentre i contadini erano costretti a retringere i loro spazi, certi arrampicatori sociali si costruivano la "casa grande".
Chi erano questi signori baciati dalla fortuna? Alcuni avevano presentato il rivelo nel I 755.Altri arrivarono attorno al 1760 su invito di parenti già inseriti in posti di comando. Uno, il falegname mastro Ignazio Spinelli di Marineo fu chiamato dal nipote padre Antonino Pirrone, parroco della chiesa di San Giuseppe, per costruire l'arredamento della Matrice, dedicata alla Beata Vergine Immacolata e alla SS.Trinità. Altri vennero da Ciminna perchè parenti della famigi ia del reverendo Giovan Battista Brancato. Si arricchì pure un tal Pietro Scaramei, fuggiasco da Santomauro (nel VaI Demone) di cui prese il cognome, per far dimenticare quello vero, forse troppo compromesso. Ma, tranne questo caso, costruito a quanto pare direttamente dal Conte di San Marco, gli altri arricchimenti furono favoriti da personaggi locali detentori delle leve del potere baronale che, fra l'altro, erano tra i pochi a saper scrivere. Lo stesso Antonio Brancato, padre del reverendo Giovan Battista, era analfabeta.
A firmare il rivelo del 1755 furono, infatti, i 5 preti, 3 mastri e le tre persone che portavano il "don", i quali erano in realtà commercianti, e nemmeno tanto ricchi, considerato che almeno uno, don Paolo Costa, originario di Caltagirone, era indebitato con il suo compaesano, don Paolo Lo Bianco che gli aveva fornito corde, cinghie, romanelli e altro. Ma non cambiò affatto di stato, don Paolo, anche se era uno dei cinque fortunati capifamiglia che poteva permettersi il lusso di mantenere una serva (Giovanna La Spisa ).


Le cose andarono invece meglio ai cinque preti. Oltre al reverendo Giovan Battista Brancato il quale prendeva a gabella estese tenute che in parte faceva coltivare a conto proprio mettendo a disposizione dei salariati le proprie bestie da aratro (16 buoi e 2 mule) e in parte dava a terraggio (affitto con canone in natura) a contadini del luogo, anche gli altri sacerdoti se la passavano bene, perchè non vivevano solo con la congrua che passava loro il Conte di San Marco: ricevevano generose offerte dai fedeli e facevano altri mestieri. Padre Rosario Scaccia, per esempio, amministrava la secrezia baronale. Padre Francesco Lo Giudice era medico fisico, pro fessor medicinae fisicoe, recitano le fonti dell'epoca. Nella sua qualità di parroco, padre Antonio Pirrone teneva l'amministrazione delle sepolture nella maramma della chiesa e i conti delle Bolle di Sacra Crociata (contribuzioni alla chiesa universale esistenti fin dall'epoca dei crociati) e delle due congregrazioni religiose (del Sacramento e di Maria SS. del Lume) di cui fu presidente a vita, in quanto fondatore. Di più fungeva da notaio. E,"poichè l'anima è più importante del corpo", difficilmente un testamento dettato al Sant'uomo si concludeva senza lasciti per messe con officiante scelto "a beneplacito del parroco".


Beneficiari di quanto riuscirono ad accumulare questi preti furono naturalmente i parenti più prossimi, perlopiù mastri negli anni sessanta, i cui figli e nipoti divennero però quasi tutti gentiluomini. Fu così per gli eredi di mastro Ignazio Spinelli, alcuni dei quali verso la fine del Settecento si trasferirono a Palermo. Dei sette figli maschi di mastro Salvatore Scaccia, fratello di padre Rosario, i due più grandi (Giacomo e Antonino) si fecero preti; altri due (Rosario e Giuseppe) divennero notai, i restanti ottennero vari incarichi nell'amministrazione baronale. Le due figlie femmine furono maritate a gentiluomini. Mastro Vito Brancato, fratello del reverendo Giovan Battista, sposò Barbara Trama, figlia di mastro Pietro che si era nel frattempo trasferito a Villafrati da Ciminna assieme ai fratelli mastro Tommaso, mastro Aloisio e don Luigi. La figlia di mastro Vito fu impalmata dal medico ciminnese don Mariano Formica, che avrebbe fatto parlare di sè almeno per 40 anni.
E pur vero , però, che il salto sociale di questi figli e nipoti di mastri non discendeva solo dalla ricchezza accumulata "dalla buonanima dello zio prete":


Anche i padri avevano fatto la loro parte, vuoi imboscandosi come magazziniere "in virtù di un pezzino firmato da don Diego Cammarata", arrendatario (affittuario) dei beni e di alcune prerogative del Conte di San Marco, vuoi partecipando alla gestione del monte frumentario e alla deputazione del pubblico panizzo (panificazione pubblica a prezzi politici), vuoi ricoprendo la carica di giurato (antesignana di quella dell'attuale consigliere comunale), di sorvegliatore delle aie nella stagione della trebbiatura del grano, o di capitano giustiziere, come quell'arrogante personaggio che nel 1768 non solo sequestrò una cassa di documenti (relativi all'abolito colleggio gesuitico di Naro) destinata al vicerè Fogliani, ma arrestò e percosse violentemente il malcapitato bordonaro (conducente di muli), "e non per altro se non pel pochissimo danno prodotto dalla vettura al seminato per dove necessariamente per non perdersi dovette transitare".


Ma tutto ciò non poteva certo sminuire le capacità e le doti di spregiudicatezza dei figli scolarizzati che seppero affermarsi aldilà di ogni rosea previsione. L'aromataio (farmacista) don Antonio Brancato arrivò a fare da tramite fra il capitano giustiziere e i tribunali regi in qualità di fiscale. Il notaio Rosario Scaccia divenne governatore della baronia e "cassiero" dell'università (comune). Le stesse cariche furono ricoperte in tempi diversi dal medico don Mariano Formica, che fu anche collettore della poliza del macino, l'odiata tassa sul macinato, il cui gettito nel 1802 era pari all'84,37% dei tributi pagati dai Villafratesi. Sette anni dopo don Mariano, oltre ad essere amministratore dei beni urbani e rusticani della Terra e Stato diVillafrati, ricoprì lo stesso incarico a Cefalà Diana e amministrò i beni degli eredi di don Francesco Sirchia, barone di Mezzojuso. E intanto il notaio Scaccia era divenuto giudice ordinario del Vai di Mazara, suo fratello Giacomo arciprete di Baucina; don Pietro Brancato amministratore di Francesco del Bono, arrendatario dello Stato di Cefalà. Aveva fatto carriera un mastro particolarmente sveglio, Giacomo Giardina, che dopo essere stato capitano giustiziere e più volte giurato, fu chiamato ad amministrare i beni dei barone di San Lorenzo, assicurando così un luminoso avvenire ai suoi figli.
Il gentiluomo di maggior spicco della Villafrati del secondo Settecento fu don Luigi Traina il quale prese in arrendamento l'intera baronia e, dopo la riforma del viceré Caracciolo che obbligava i baroni a rescindere i contratti con gli arrendatari, ricoprì la carica di governatore e continuò a fare il bello e cattivo tempo. Ma la vera vocazione del Nostro era l'usura, che gli permise di accumulare un patrimonio immenso che sarebbe poi stato motivo di una lunga lite giudiziaria tra i suoi eredi, alcuni dei quali si erano trasferiti a Palermo. E vero, alla fine dei suoi giorni don Luigi non possedeva una sola tenuta degna di esser considerata tale, ma tanti minuscoli appezzamenti di terreno di cui pagava il censo al Conte di San Marco, 28 casette di uno o due vani (oltre a quella grande nello stradone dove viveva con la famiglia), crediti, denaro, gioielli e oggetti d'ogni tipo: dall'orologio piccolo d'oro a quello grande di "ricisbeci", dalla spada d'argento alla "corona di lapislazzuli coi suoi partiti d'oro di poste quindici e passioni di Gesù Cristo in oro con suo reliquiario di S. Rosalia in cornice di filigrana con piccole perle e rubine". Sua moglie era carica di gioielli, tra cui un paio di braccialetti con figure di Trapani legati in oro, e stupende pendagliere a tre lacrime grandi con due rosette in argento, diamanti e rubini. Non tutto l'oro che luceva era, però, dei Trama: nel quarto inferiore della casa grande don Luigi teneva anche "una quantità di robba di diverse specie [...] a titolo di pegno ed effetto di restituirli alti proprietari secondo le leggi". In uno dei "cassonelli" della "boffettina da camera per scrivere" c'era anche l'elenco di quanti avevano bussato a denari da lui e la relativa documentazione attestante l'ipoteca legale apposta sui beni dei creditori.
Ma chi erano i clienti di don Luigi? Da lui si facevano prestare soldi anche nobili come don Francesco Sirchia, barone di Mezzojuso, il quale non riusciva quasi mai a rispettare le scadenze. Un vecchio debito fu infatti pagato dai suoi eredì a quelli di don Luigi. E donna Rosalia Sirchia Pravatà sentì pure il bisogno di proclamare la propria riconoscenza e "un particolare attaccamento alla famiglia di Trama". Ma il nostro non si arricchì solo a spese degli aristocratici.


A rimetterci le penne furono soprattutto i Villafratesi già proprietari di quelle casette e di quei piccoli fondi rustici che don Luigi lasciò ai figli. Ma non furono spellati solo da questo gentiluomo, i campagnoli: gli strozzini allora si annidavano in tutte le pieghe del potere feudale. C'è da dire però, col senno del poi, che l'immiserimento delle masse contadine era prevedibile fin dall'epoca della colonizzazione.
Le prime ondate di coloni furono calamitate dalla concessione di quattro tumoli di terra a censo e di una casetta in affitto con un modico canone per ogni capofamiglia, di un "posto di casa", anch'esso a censo, per chi potesse e volesse costruirsi a proprio piacimento (sia pure nel rispetto del prefissato schema urbanistico) l'abitazione. E c'era pure una limitata possibilità di ottenere a censo una casa bell'e fatta, però "senza speranza e facolta di riluire": alternativa, questa, concessa dal governatore solo a chi aveva qualche onza da parte perchè, anche se per una casetta a pianterreno di un solo vano si pagava a vita 24 tarì all'anno, equivalenti all'importo del luveri, l'inquilino doveva farsi carico delle spese di manutenzione.
Ora, un lotto di terra su cui impiantare la vigna (che dava pani, vinu e Iigna) e un tetto sotto cui ripararsi, diciamo così, di proprietà, erano bocconi troppo ghiotti per rinunciarvi. Naturalmente nessuno dei coloni era tanto ingenuo da pensare di poter vivere con i! reddito di quattro tumoli di terra, dovendo tra l'altro pagare anche il censo al Conte di San Marco. Ma finchè si costruivano case non era così difficile occuparsi come manovale con una mercede di due tarì al giorno o trasportare pietrame col mulo (per chi aveva la fortuna di possederlo) guadagnando quattro tarì. E c'era pure la possibilità di prendere a terraggio una tenuta da un gabelloto del Conte di San Marco.


Generalmente le terre si concedevano maggesate e qualche volta anche "ciaccate, rifuse e porzione ciaccate", scaricando sul canone il prezzo del maggese. Il contratto di terratico più diffuso era triennale. Il canone, pur variando da terreno a terreno, si attestava sui quattro terraggi (quattro tumoli di grano per ogni tumolo di terra) per il primo anno, tre per il secondo e un pò meno per il terzo. Nei contratti biennali si pagavano quattro terraggi per il primo anno e tre per il secondo. Tuttavia, almeno nel I 769, le terre "scapule" del Feudo Molinazzo (attuale contrada Stallone) ingabellate al reverendo Giovan Battista Brancato, costavano di più: le tumminiote, cioè a ringrano quattro terraggi per il primo anno e tre per il secondo; i maggesi sei terraggi per il primo anno e quattro per il secondo; inoltre, ogni borgese doveva pagare due tumoli di grano per ogni salma di terra coltivata, a compenso della guordiania assicurata dai campieri del gabelloto. Il seme, anticipato dal concedente, doveva essere restituito al momento del raccolto con l'addito (interesse) di quattro turno- li a salma, pari al 25%. D'inverno il concedente somminìstrava anche il soccorso, cioè qualche tumulo di grano da restituire gravato pure dell'addito e già "crivellato col crivo di rocciolo".


Ora, se si considera che una salma di terra allora produceva mediamente sei salme di frumento, é facile calcolare che spesso il contadino ci rimetteva. E il tempo del raccolto coincideva con quello che Balsamo chiamava "della desolazione e della totale loro rovina"4. Quando restavano in debito col gabelloto, i borgesi potevano certo impegnarsi a fornirgli prestazioni lavorative nella vigna a scomputo di quanto dovutogli. Ma questa non era una strada che portava molto lontano perchè i debiti crescevano di anno in anno. E allora era gioco- forza ricorrere al mercato usurario, o cedere l'asino prima che glielo vendessero all'asta i creditori.
Per farla breve, a causa dei meccanismi iniqui di distribuzione del reddito, sui poveri si caricavano anche gli effetti più perversi delle crisi congiunturali e le terre censite passarono presto nelle mani dei ceti dominanti. Il fenomeno, iniziato fin dagli anni sessanta, assunse contorni preoccupanti intorno al 1780 quando "per non subir carcerazione" per debiti, tanti laboriosi coltivatori si videro costretti a ricorrere al vicerè per ottenere dal Tribunale della Regia Sacra Coscienza l'autorizzazione a vendere il campo o la casetta gravati da ipoteca di restituzione. I ricorsi, scritti a nome di entrambi i coniugi, partivano sempre dalla premessa che "li poveri esponenti" si trovavano "in stato sì deplorevole, sì per l'anni sterili delli pessimi raccolti come per ritrovarsi alcuni debiti che anno contratto per sostenere la povera di loro famiglia". Alla domanda si alligava la fides paupertatis rilasciata dal parroco Antonino Pirrone che attestava in latino che "pauperes et miserabiles esse" e quindi costretti a vendere il bene.A maggior garanzia l'usuraio pretendeva anche il passit del conte di San Marco che arrivava sempre puntualmente. Dichiarati, come tanti altri, pauperes et miserabiles, Natale e LJrsula Oddo furono costretti a vendere lo "ultimum dìmìdium tumulum viniae in contrada ut vulgo dicitur de Giardinello". Di lì a poco fu la volta di un altro Natale Oddo e della moglie Maria, I due capifamiglia erano cugini, nipoti di quel Natale d'Oddo che 1714 era il contadino meno povero del casale. Ma ormai si chiamavano Oddo non più d'Oddo come i loro padri e il loro nonno, perché pauperes et miserabiles come la maggior parte dei figli e dei nipoti dei pionieri della colonizzazione del feudo di Menduli e della masseria di Villafrati.
Le miserevoli condizioni dei figli della Villafrati tardo settecentesca dovettero impressionare più d'un viaggiatore straniero, anche se nessuno si preoccupò di annotarle come fece il conte Carlo Gastone di Rezzonico il 9 ottobre 1793:"Alli belli Frati ci fermammo a rinfrescare ed io aveva meco provvisioni di vino, di pane, di rifreddi, perché nulla si trova ne' miserabili tuguri detti fondachi, dove regna lo squallore, l'indigenza. A' belli Frati i ragazzi ignudi, o coperti di cenci, che nè di dietro, nè d'avanti nulla celavano, assediano i viaggiatori, e chiedono inportunamente l'elemosina; ed io dovei dividere con esso loro il pane, e l'uva, e giunsero fino a rubarmi dal piatto le spolpate ossa, e le reliquie del tumultuario desinare, che ai cani si destinavano ed a' porci, di cui qui sono numerose le greggi".


C'erano però, anche a Villafrati, alcune regole di economia morale che consentivano ai poveri di sopravvivere. Una di queste riguardava l'infanzia abbandonata. La legge prevedeva che tutte le università fossero attrezzate di un apposito locale detto "Casa della Mammana", fornito di una "ruota"dove di notte venivano furtivamente depositati, spesso delle stesse madri, i "proietti" che si presumevano nati da unioni illegittime e perciò detti anche "figli dello Spirito Santo". Accolti nella Casa delle mammana, i bimbi ricevevano le prime cure, per essere subito dopo affidati a nutrici che tavolta erano le stesse madri, alle quali veniva assicurato un sussidio mensile di 10 tarì, oltre al vestiario, alle medicine e alla vaccinazione contro il vaiolo dei neonati. E se per un motivo qualsiasi, una nutrice non poteva poi allattare al seno il piccino, era suo diritto chiedere all'università di fornirle il latte necessario, munto dalle capre allevate nei pascoli di uso civico.
Un'altra importantissima misura assistenziale era dettata da un provvedimento viceregio istitutivo del Monte frumentario e dal Pubblico panizzo. In pratica baroni dovevano cedere a condizioni particolari la terza parte del loro grano alle università e queste erano obbligate a panificarlo e vendere le pagnotte a prezzo unitario di 8 grana, per evitare le solite pratiche di aggiotaggio che mettevano a repentaglio la stessa sopravvivenza degli strati più deboli della popolazione. Però, nell'applicazione concreta di questa disposizione - che fra l'altro prevedeva un farraginoso sistema di determinazione del peso della pagnotta - il consiglio giuratorio di Villafrati soleva ingenerare sospetti di frode, vere o presunte, tali da mettere in allarme il Tribunale del Real Patrimonio, tanto che ne 1799 ordinò di istituire una commissione straordinaria composta dalle massime autorità civili e religiose, incaricata di provvedere sotto la sua diretta sorveglianza all'acquisto del grano e allo scandaglio dei costi di produzione del pane. Tuttavia, vuoi perchè il prezzo del grano era aumentato a causa del pessimo raccolto, vuoi perchè costava di più la "polizza del macino", quell'anno il peso della pagnotta di 8 grana si ridusse a circa la metà di quella del 1790 che era di un rotolo ( 793 grammi ). E appena il caso di aggiungere che i carcerati, per i quali l'Università sosteneva una spesa giornaliera di 4 grana, dovevano sopravvivere con circa 200 grammi di pane al giorno e acqua, forse a volontà.


Nei momenti di maggior carestia le autorità locali non sapevano fare di meglio che recarsi "in Palermo, dallo Eccellentissimo signor Principe Conte di San Marco" allo scopo di "farsi accomodare" un pò di quattrini "per doverli distribuire ai poveri". Il nobiluomo non si faceva pregare due volte per concedere il prestito. Anzi, spesso rinunziava alla restituzione, come fece nel mese di febbraio 1810 quando, in occasione di un'eccezionale nevicata, decise di distribuire 26 salme di grano agli indigenti.
Abolita la feudalità, il Conte Giuseppe Antonio Filangeri, rimase proprietario dell'81,61% delle terre diVillafrati ereditate in feudo, e percettore dei censi gravanti su tutte le case del paese. Chiamato da un bando regio del I giugno 1815 a rettificare il rivelo fatto pochi anni prima, nel 1816 l'aristocratico signore dichiarò che dall'ex baronia ricavava un fruttato annuo di 5212 onze, I tarì e 12 grana, oltre a 993 onze, 5 tarì, 7 grana e 1 piccolo di censi, a fronte della perdita, a causa della nuova Costituzione, del "diritto privativo del forno, rilevato per onze 6, quello dello zagato per onze 12, quello della pianca per onze 4" . E tenne pure a precisare che deduceva 48 onze per il salario di due campieri addetti alla "custodia dei confini dei suddetti feudi, giusta l'abonazione fatta dalla soppressa Deputazione del Regno". Il suo patrimonio non fu nemmeno scalfito dalla vendita forzosa di alcuni beni ai creditori soggiogatari, in esecuzione del regio decreto del dieci febbraio 1824. Lunico ex feudo venduto all'incanto (Amorosa, di 541 salme e 6 tumoli) restò in famiglia. E per di più il Conte incassò 1816 onze che gli doveva il principe di Villafranca. Questi dati, benchè sottostimati rispetto a quelli fatti da Paolo Balsamo Otto anni prima, la dicono lunga sui criteri di distribuzione del reddito all'indomani dell'abolizione dei diritti feudali. Dieci anni dopo la situazione non era certo migliorata, se è vero che su una popolazione di 1677 abitanti c'erano 20 gentiluomini 10 preti e 28 mendicanti, di cui 8 donne. Eppure il comune era in mani borghesi da quasi due lustri. Il primo sindaco fu don Mariano Formica, lo stesso personaggio che era stato governatore della baronia. Ma non per questo il vecchio medico, che aveva superato la sessantina ed era dilaniato dalla gotta, nutriva un particolare timore riverenziale nei confronti dell'ex padrone. Anzi, cercò di affermare la propria autonomia e quella del proprio dan familiare, imparentato con il Brancato e i Trama. Ma, finchè visse, Giuseppe Antonio Filangeri seppe tenere a bada la scalpitante borghesia, cui contrappose altre famiglie, e segnatamente, i discendenti di don Pietro Santomauro. Per di più, riusci a impedire la formazione di qualsiasi rapporto di alleanza fra i borghesi e il popolo, ammesso che qualcuno allora la cercasse. Prova ne sia che quando scoppiò un incendio, forse doloso, al Baglio, l'astuto conte chiese ed ottenne dal re l'impunità per li rei confessi,"purchè non fossero della classe dei principali".
Sua figlia Vittoria Filangeri non fu da meno: il 19 giugno 1849 cioè una settimana dopo la proclamazione del disarmo generale, chiese a Carlo di Satriano, anch'egli Filangeri, una deroga per sette suoi campieri (i cui cognomi ricorrono puntualmente negli atti della Commissione Parlamentare Antimafia), i quali vennero autorizzati a camminare armati di fucile e di coltello da caccia. Donna Vittoria morì a Parigi nel 1865. Ma i campieri e i sovrastanti di casa San Marco non restarono senza santi protettori.Tutt'altro' Ebbero modo di far carriera sotto l'usbergo del nuovo padrone principe Lanza Filangeri: divennero sindaci e amministratori generali, gabelloti e capi mafia. Catturarono nel loro sistema di potere anche strati di borghesia autonoma, personaggi come il medico Giuseppe Trama (insignito di medaglia regia per gli aiuti prestati ai colerosi del I 867), cui affidarono l'incarico di segretario comunale, lasciando la condotta medica al ricchissimo dottor Napoleone Brancato. L'occupazione del potere da parte di questa longa manus del Conte di San Marco fu totale nel quarantennio a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento. Nel 1893, cioè nell'anno in cui irruppero nella storia i contadini massicciamente organizzati nel Fascio dei lavoratori, ricopriva la carica di sindaco il cavaliere Pietro Santomauro "Poca intelligenza e cultura", scriverà sette anni dopo il questore al prefetto. "Ambizioso più che altro di proteggere i suoi parenti e i suoi figli. Sia valendosi dei suoi poteri di sindaco che della sua qualità di amministratore del principe di Mirto (che possiede circa 2/3 del territorio) ha mezzo di usare delle prepotenze". Assessori erano suo cugino Vincenzo Santomauro: "già ammonito. Mafioso. Prepotente; è temuto per la sua infruenza nelle cose locali"; il grosso gabelloto Francesco Lo Bue, figlio di carrettiere e personaggio "ambizioso, intelligente e scaltro [...] capace di qualsiasi transazione pur cercando di non compromettersi" e don Mariano Scaccia che appoggiava "la parte buona del partito". Il fratello del sindaco era "il capo mafia locale".
Il movimento organizzato dal Fascio dei lavoratori riportò un significativo successo su questo gruppo di potere non solo in termini di aumento del salario e di modifica dei patti agrari, ma anche mettendo in crisi la credibilità dei mafiosi, tant'è vero che alcuni anni dopo il Conte di San Marco fu costretto ad affidare la custodia dei propri beni a Piddu Fontana, l'assassino di Emanuele Notarbartolo. E lo sapeva lo stesso ministro dell'interno, che però veniva rassicurato dal prefetto di Palermo, secondo il quale per un nobiluomo d'antico lignaggio non era affatto "disonorevole avere uno o più mafiosi a proprio servizio" 72. Non molti anni appresso il compito di puntellare la mafia locale fu affidato a don Gaspare Tedeschi, già imputato "per omicidio in persona luogotenente Giuseppe Petrosino" e prosciolto in istruttoria73. Con questo precedente, don Gaspare, che era stato un gregario dell'onorata società, divenne il più potente capo mafia della zona e subito dopo sindaco del paese74.


Evidentemente il Conte di San Marco doveva ormai fidarsi poco dei galantuomini locali che pure gli avevano dimostrato fin troppo servilismo. Basti ricordare che nel 1903 il sindaco Francesco Lo Bue, ex assessore durante la lunga sindacatura di Pietro Santomauro e futuro podestà di Villafrati, aveva fatto approvare una delibera d'urgenza della giunta che stanziava 264 lire e 23 centesimi per il funerale del Principe Lanza Filangeri "tenuto presenti i titoli di beneverenza dell'illustre Estinto verso il Comune e per gli aiuti morali e pecuniari di cui fu largo con questa cittadinanza e anche per l'atto di munificenza dei di lui figlio Conte di San Marco per la recente distribuzione ai poveri di questo comune dell'ingente somma di lire 2000" .
Quando, in una calda giornata di luglio I 943, entrarono a Villafrati alcune camionette delle truppe anglo-americane il comune era commissariato. Il segretario comunale e leader dei fascisti locali, Calogero Gulotta, fu preso a sassate dai contadini. Il commissario prefettizio cavaliere Antonino Cappuccio, amministratore generale dei beni del Conte di San Marco, evitò il linciaggio grazie ai soldati americani comandati dal tenente William Ferguson. Fu rimosso dalla carica, naturalmente, ma non prima di aver firmato un ultimo atto amministrativo degno della penna di Tomasi di Lampedusa:"Ritenuto che in seguito all'allontanamento da questo ufficio del signor Gulotta Calogero, il municipio è rimasto privo del segretario comunale [...] il commissario prefettizio delibera di nominare in via provvisoria segretario del comune il Cavaliere Giovan Battista Traina fu Giuseppe, segretario comunale a riposo". Quest'ultimo colpo di coda del personaggio più vicino ai padroni di sempre non meriterebbe alcun commento se don Titta (così era conosciuto il nuovo - vecchio segretario) non fosse stato suocero del Gulotta, altrettanto fascista, e ultimo sopravvissuto di quei vecchi galantuomini oscillanti, fin dai tempi di don Mariano Formica, tra le aspirazioni autonomistiche e il più totale asservimento al potere ex feudale.
Ma non fu certo migliore la scelta dell'AMGOT, che nominò sindaco il capo mafia Francesco Santomauro, nipote dell'ex amministratore del Conte di San Marco, e già gregario di don Gaspare Tedeschi. La misura era però colma, oramai. Tre anni dopo fu eletto sindaco a furor di popolo il contadino Salvatore Mercante, che aveva capeggiato una lista contrapposta a quella dei mafiosi. Le grandi lotte per la terra, le ripetute occupazioni degli ex feudi del Conte di San Marco e l'approvazione della legge di riforma agraria (n. 104 del 27 dicembre I 950) liquidarono definitivamente ogni retaggio dell'ancien règime, tranne la mafia, che però non è mai più intervenuta direttamente nel governo della cosa pubblica.

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